TUTTE LE CASE NELLE QUALI HO ABITATO.

Rina Agostino

Architetto, si occupa di Bioedilizia, Bioclimatica ed Efficientamento Energetico degli edifici. Esercita la libera professione principalmente in provincia di Varese e Novara.

La prima è la casa dove sono cresciuta, la casa dell’infanzia, dell’adolescenza e di una parte della giovinezza.

Terzo piano senza ascensore, un appartamento di 80 mq calpestabili, in una casa popolare di un anonimo paesino in provincia di Varese, dell’allora (anni ’60)“INA-casa”, acquistata a riscatto dai miei genitori, muratore lui, operaia lei. Una cucina stretta e lunga, un soggiorno quadrato, tre camere distribuite da un lungo corridoio che ci potevi pattinare e un bagno ancora più stretto della cucina, tanto che per poter aggiungere la lavatrice i miei hanno dovuto sacrificare il bidet (ripristinato più avanti quando la composizione familiare è cambiata e con lei gli spazi abitativi).

Dal punto di vista sociale era una specie di “cohousing”: noi bambini trascorrevamo il tempo tutti insieme in cortile, o a piccoli gruppi casa per casa. La mattina ci si aspettava per andare a scuola, a piedi e rigorosamente senza adulti. Ai piedi della palazzina, aldilà della strada, ognuno aveva un piccolo appezzamento di terreno adibito a orto, e gli scambi di consigli e verdure erano all’ordine del giorno. Non mancavano “eventi” aggregativi, come la messa in cortile nel “mese della madonna”, la spaghettata o l’anguriata estiva, su tavoli di varie forme e altezze, accostati l’uno all’altro. Anche la parte amministrativa era in autogestione, con riunioni accompagnate da fiaschi di vino e …urla.

Dal punto di vista edile, era una casa costruita in economia, ma in maniera “onesta” (anche se potevi tranquillamente ascoltare i programmi televisivi dell’appartamento a fianco). La palazzina è ancora lì, e nel tempo ha subito interventi importanti ma mai strutturali:sostituzione del generatore centralizzato con caldaie individuali (e pensare che ora la tendenza è esattamente contraria); sostituzione dei serramenti in legno a vetro singolo con serramenti in alluminio anodizzato a doppio vetro (e successiva comparsa di condensa e muffa); rifacimento del rivestimento di facciata (più di una volta, ma ahimè sempre senza cappotto); isolamento del sottotetto (finalmente!); rifacimento dei parapetti dei balconi.

La seconda è la casa dell’indipendenza.

Terzo piano senza ascensore  (di nuovo?), un bilocale di una casa a ballatoio in un quartiere non proprio trendy (allora, perché in seguito è stato decisamente riqualificato), di Milano.

Il locale giorno più piccolo della camera da letto, un bagno piccolissimo, di nuovo senza bidet (quando si dice il karma) e senza antibagno, un angolo cottura in senso geometrico. Soffitti alti, che mi hanno permesso di realizzare il classico letto a soppalco molto “ggiovane”ampliando così la zona soggiorno. Le pareti divisorie tra un appartamento e l’altro di nuovo permettevano di sentire distintamente una scopa che cadeva a terra… e l’imprecazione seguente! Quando anni dopo la affittai a una coppia di giovani sposi ricevetti più volte la telefonata della vicina (la stessa della scopa) che mi chiedeva di convincere gli sposini a…dormire. I serramenti in legno a doppio vetro permettevano per fortuna di tenere fuori i rumori della strada, ma in estate ero costretta a scegliere se non dormire per il rumore o per il caldo.

Dal punto di vista energetico non era molto dispendiosa, ma solo perché piccola, incastrata tra due appartamenti e con sole due finestre e mezza, anche se la superficie di maggiore dispersione era il tetto, essendo all’ultimo piano.

La terza è la casa del matrimonio.

Settimo piano (con ascensore!) di un grande palazzone in un quartiere della semi-periferia milanese ad alta densità. Ingresso, una cucina funzionale anche se non abitabile (secondo karma della mia vita abitativa), quattro locali e un bagno disimpegnati da corridoio. Serramenti in alluminio a doppio vetro (questa volta senza formazione di condensa e muffa) e riscaldamento centralizzato impostato a temperature caraibiche, tenuto a bada dalla chiusura di alcuni caloriferi (corridoio e camere da letto). Un grande lavoro fai da te di rimozione di moquette (orrore!) e carta da parati, ha portato in luce pavimenti in graniglia tutti dello stesso colore (incredibile!) che lucidati avevano un loro perché.

La quarta è la casa dell’affermazione dell’architetto e del milanese d’adozione.

Un appartamento con sottotetto completamente da ristrutturare in un quartiere centrale di Milano, dentro uno di quei cortili che ti ricordano che anche i quartieri “borghesi” sono stati “popolari”.

La trasformazione è stata letteralmente “dalle stalle alle stelle”: una specie di tugurio al quale avevano murato in parte alcune finestre per impedire la vista a improbabili vicini (dato che le finestre davano su spazi aperti). Sventrata completamente, recuperato il sottotetto e realizzato un soggiorno a doppia altezza con un piano mansardato. Bellissima.

Nota dolente: pur avendo isolato il tetto, non essendo io ancora votata anima e corpo alla riqualificazione energetica, non ho valutato che l’isolamento “standard” non è sufficiente a garantire, non tanto il calore invernale, quanto il fresco estivo: il piano mansardato di fatto nel pur breve periodo di super caldo estivo non era proprio il massimo del comfort…

La quinta è la casa della separazione.

Di nuovo bilocale in casa a ballatoio, secondo piano con ascensore (mai usato, ma gli ascensori sono fatti per chi non può contare solo sulle proprie gambe). Il contesto è ancora quello del quartiere borghese. Questa volta non si sente volare una mosca, anzi i w.e. sono di una tristezza desolante: l’intero quartiere si svuota in direzione laghi-mari-montagne.

Di nuovo angolo cottura, bagno senza antibagno e senza bidet (poi ditemi che il karma non esiste). Casa piccola e incastonata tra altri appartamenti, praticamente la riscaldavi con una fiammata. Unico intervento, un po’ di colore.

La sesta è la casa della convivenza incerta.

Di nuovo casa a ballatoio (del resto Milano ne è piena), terzo piano senza ascensore, nel quartiere più bello di Milano, l’Isola.

Locale giorno piccolo, camera grande (ho un dejavù), bagno…indovinate? Senza antibagno e senza bidet! Ma questa volta wonder-architect-woman si dà da fare e rivoluziona tutto, riproporzionando zona giorno-zona notte e creando un bagno bello e funzionale (con bidet)  seppur con superficie minima.

La sostituzione dei serramenti sgangherati con nuovi in legno a doppio vetro è stato l’unico intervento possibile, dato che il sottotetto era adibito a solaio comune e quindi impossibile da isolare.

La settima casa (sembra un oroscopo) è la casa della fuga, ovvero del “triplo salto mortale”, come lo chiamo io.

Via da Milano, chiamarla casa è un eufemismo: due locali  sovrastanti collegati da un’enorme scala in un’antica cascina (si parla di origini quattrocentesche). Muri spessi 60 cm, serramenti in legno a vetro ultra-singolo e stufa a legna posizionata nel vano scala come unico riscaldamento.

Angolo cottura, bagno (…vabbè non lo scrivo neanche). Vista lago e Monte Rosa, fresca in estate e tremendamente fredda in inverno. Intervento per la sopravvivenza: inserimento di un inserto camino nel vano caminetto esistente, con canalizzazione dell’aria calda verso il piano primo. Una bomba. Unico neo: i camini a legna vanno alimentati costantemente quindi l’autonomia fuori casa risulta penalizzata.

L’ottava casa è la casa della nascita, di mia figlia.

Appartamento a fianco, sempre nella stessa cascina: molto più grande, stessi serramenti, riscaldamento a termosifoni alimentati a…gasolio! (un salasso). Vista lago e Monte Rosa , fresca in estate e fredda in inverno! Interventi migliorativi anche se non risolutivi: isolamento del sottotetto; sostituzione dei vetri con vetrocamera (che insomma, un po’ fa, ma non troppo); installazione stufa in ghisa ad alto rendimento (un’altra bomba, ma sempre con la questione dell’autonomia fuori casa).

E la legna da accatastare, e l’erba da tagliare. Insomma due case buone per i fine settimana primaverili e le vacanze estive, ma senza il necessario comfort invernale.

La nona casa è la casa del risparmio energetico: casa di nuova costruzione…a ballatoio (!), anche se i vicini sono praticamente dei fantasmi.

Classe energetica B. Cappotto esterno, riscaldamento radiante a pavimento, centralizzato con contabilizzatore individuale. Spesa annuale per il riscaldamento intorno ai 120 € (avete letto bene).

E la decima casa? La prossima. Come sarà? Spero una casa in legno quasi passiva (perché un po’ del mio ce lo vorrei mettere). Ovviamente progettata da me.


 

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